Frida Kahlo- autoritratto con scimmie (1943)
Frida Kahlo- autoritratto con scimmie (1943)

Appena si varca la soglia della mostra si percepisce subito una particolare atmosfera, sembra di entrare in casa di qualcuno, le foto alle pareti, immagini in bianco e nero che contrastano con i colori delle pareti, si entra nella Collezione dei coniugi Gelman, la loro collezione è raccontata a Bologna a Palazzo Albergati.

Nel 1943 Jacques Gelman commissionò a Diego Rivera il ritratto di Natasha, sua moglie, e da qui inizia la loro grandissima collezione che raccoglie opere dei più importanti artisti della Rinascita Messicana (1920 – 1960) oltre a fotografie, gioielli, collages, litografie e disegni.

Le prime sale della mostra offrono una vasta selezione di queste opere, ricordando gli artisti che hanno partecipato attivamente alla rinascita del Messico e che hanno militato attivamente nel partito e hanno raccontato questo florido periodo con la loro arte. Oltre ai muralisti tra cui spicca Diego Rivera, troviamo tra le opere esposte Rufino Tamayo, David Siqueiros, Angel Zàrraga e un’altra artista che seguì in parallelo la vita di Frida e che condivise con lei un triste destino: Maria Izquierdo.

Maria, anche lei messicana, decise di abbandonare marito e figli per seguire la sua passione artistica. Nel 1929 la sua prima personale, presentata da Diego Rivera in persona, lei diventa molto famosa in Messico, alla stregua di Frida e come lei costretta negli ultimi anni della sua vita su una sedia a rotelle. Morì proprio un anno dopo Frida.

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Una sala della mostra – rappresentazione della camera da letto e dei vestiti di Frida

La seconda parte della mostra è interamente dedicata all’eroina messicana Frida Kahlo, una delle artiste più amate e ricordate dalla storia dell’arte e personalmente una grandissima artista che amo e ammiro. Il secondo piano del palazzo infatti si incontra Frida, la sua vita, le sue opere, i suoi drammi, si vive la sua intimità, quell’intimità che lei stessa ha aperto al pubblico e che è riuscita a tramutare in sublime sulle sue tele.

Incontriamo tantissimi tratti dell’animo dell’artista, vediamo la Frida delle fotografie, una donna sicura di se che sapeva come mettersi in posa e come comportarsi in modo disinvolto davanti all’obiettivo (suo padre era noto fotografo) e vediamo i suoi sguardi potenti nelle foto di Edward Weston e Lola Alvare Bravo e le foto a colori di Nickolas Muray che contribuirono a trasformare l’immagine di Frida in icona.

Dalla forte ed iconica  Frida, si passa alla Frida fragile raccontata nella sala che la curatrice ha definito “sala del dolore” in cui viene raccontata la difficile vita dell’artista, la poliomielite da piccola, l’incidente a 16 anni che condizionò tutta la sua vita costringendola immobile a letto per anni e ad una vita di sofferenze, busti per aiutare la spina dorsale rotta in ben tre punti e il dolore di non diventare mai madre a causa di quel corrimano che le attraversò il fianco e le uscì dalla vagina. Un destino crudele, una fatalità incredibile raccontata nei diari di Frida, l’autobus perso perché doveva recuperare l’ombrello dimenticato e quindi la scelta di prendere quello successivo, quella corsa che le cambiò la vita, un tragico evento rappresentato costantemente sulla tela, una sorta di terapia per non farsi assalire dal dolore ma per contrastarlo.

Si vive tutta la sua sofferenza nei quadri, le tinte forti, i tratti duri, il corpo umano ed in particolare il suo corpo, sezionato ed analizzato con l’occhio da “naturalista e biologa” come lei stessa una volta si definì, forti le immagini sull’aborto, desiderò tanto restare incinta ma non poté mai provarlo e questo fu forse uno dei suoi dolori più grandi.

Frida Kahlo - autoritratto come tehuana -o Diego nei miei pensieri (1943)
Frida Kahlo – autoritratto come tehuana -o Diego nei miei pensieri (1943)

“he sufrido dos accidentes graves en mi vida (…) Uno, en que un tranvia me atropellò, cuando yo tenìa 16 anos: fractura de la columna, 20 anos de inmovilidad… El otro es Diego…”

Se l’incidente le portò via un pezzo di se, una parte del cuore la rubo Diego Rivera, suo grande amore e sua grande tortura, una vasta selezione di opere è dedicata al tormento amoroso dei due artisti, le opere in mostra rappresentano il contrasto interiore di Frida, combattuta tra l’amore per Diego e la soffernza che le fece provare.

Sala dopo sala, opera dopo opera, si entra sempre più nella vita intima dell’artista, si entra nella sua camera da letto, si vede il letto a baldacchino con lo specchio posizionato sopra, in modo da potersi ritrarre e tantissimi abiti folkloristici che richiamo gli abiti che hanno reso Frida un’icona in fatto di arte e di moda. Frida infatti è anche moda, la sua stessa personalità, la sua vita è diventata arte, è diventata parte della cultura, lei è diventata cultura.  Una vera chicca della mostra, una selezione di abiti di Ferrè, Valentino, Gautier, Marras che riprendono lo stile inconfondibile di Frida Kahlo, una vera e propria dea azteca attorniata da gioielli, colori, fiori, Frida più di tutte seppe rendere le sue problematiche dovute all’uso del bustino e alla gamba menomata, delle vere e proprie virtù creando una sua identità che la rese e la renderà ancora  unica per secoli.

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Frida Kahlo – l’amoroso abbraccio dell’universo la terra, Messico, io, Diego e il signor Xolotl (1949)

Una pittura carica di intimità e dolore, i dipinti scorrono come il sangue, raccontano una delle più amate artiste della storia dell’arte, una donna d’acciaio, tenace, che la vita piegò molte volte ma lei mai si spezzò. Erano gli ultimi attimi di vita, con il suo carisma, costretta a letto e attanagliata dal dolore, sul suo diario scriveva “viva la vida” era il 1954, pochi giorni dopo morì.

 

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